Mentre in questi giorni gli occhi del mondo sono rimasti puntati sul Medio Oriente, dove il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a guidare la strategia dell’asse Washington-Tel Aviv contro l’Iran, deciso a sua volta a vendicare la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso durante l’operazione militare congiunta con Israele denominata Il ruggito del leone, un altro conflitto continua a consumarsi nel quasi totale silenzio della comunità internazionale.
È la guerra civile in Sudan, scoppiata il 15 aprile 2023, che dopo oltre tre anni continua a provocare migliaia di vittime, milioni di sfollati e una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta. Un conflitto che raramente conquista le prime pagine dei giornali occidentali, oscurato dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, ma che secondo le Nazioni Unite rischia di trasformarsi in uno dei più gravi genocidi del XXI secolo.
Le accuse di genocidio: ONU e Corte Penale Internazionale puntano il dito contro le RSF
Secondo quanto riportato dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, nelle scorse ore sono arrivate nuove e pesantissime accuse nei confronti delle Forze di Supporto Rapido (RSF), il gruppo paramilitare guidato dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. Sia la Corte Penale Internazionale (ICC) sia le Nazioni Unite hanno annunciato di aver raccolto elementi che collegherebbero i vertici delle RSF a crimini di guerra, crimini contro l’umanità e atti che potrebbero configurare il reato di genocidio, riaccendendo i riflettori su una guerra che continua a consumarsi lontano dall’attenzione dell’opinione pubblica mondiale.
Il conflitto ha avuto inizio il 15 aprile 2023, quando la lotta per il potere tra il comandante delle Forze Armate Sudanesi (SAF), il generale Abdel Fattah al-Burhan, e il suo ex vice nel Consiglio di transizione, Mohamed Hamdan Dagalo, è sfociata in una guerra aperta che da oltre tre anni devasta il Paese africano. L’inchiesta della Corte Penale Internazionale si concentra in particolare sugli attacchi avvenuti nella regione del Darfur, prima ad al-Genina nel 2023 e successivamente a el-Fasher nel 2025.
A rafforzare il quadro accusatorio sono state le dichiarazioni della vice procuratrice dell’ICC, Nazhat Shameem Khan, che in un’intervista alla BBC ha parlato di «prove evidenti» di crimini di guerra commessi dalle RSF, precisando inoltre che gli investigatori sarebbero riusciti a ricondurre le responsabilità direttamente ai vertici della formazione paramilitare. Nello stesso giorno, anche la Missione investigativa delle Nazioni Unite sull’assedio di el-Fasher ha denunciato un quadro di estrema gravità, documentando uccisioni di massa, stupri sistematici, rapimenti di donne e bambine e l’utilizzo della fame come arma di guerra, elementi che, secondo gli investigatori ONU, potrebbero rientrare in un piano di natura genocidaria.
Il massacro di el-Fasher e il fantasma del Darfur
Tra gli episodi più drammatici del conflitto figura la conquista di el-Fasher, città strategica del Darfur occidentale caduta nell’ottobre 2025 dopo mesi di assedio. Secondo le Nazioni Unite, gli scontri avrebbero provocato oltre 6.000 vittime. Dopo aver perso il controllo della capitale Khartoum nel marzo dello stesso anno, le RSF avevano infatti concentrato le proprie operazioni militari nel Darfur per conquistare l’ultimo grande bastione rimasto nelle mani dell’esercito regolare.
Le testimonianze raccolte nei mesi successivi dai sopravvissuti descrivono uno scenario drammatico. Gli investigatori ONU riferiscono che i paramilitari avrebbero impedito l’ingresso degli aiuti umanitari, distrutto infrastrutture e sistemi di produzione alimentare e sottoposto la popolazione civile a violenze indiscriminate. Alcune donne hanno raccontato di aver subito violenze sessuali all’interno di edifici dove erano ancora presenti i corpi senza vita dei propri familiari.
Le accuse richiamano inevitabilmente quanto accaduto nella stessa regione oltre vent’anni fa. Nel 2008 la Corte Penale Internazionale incriminò infatti l’allora presidente Omar al-Bashir per genocidio, ritenendolo il principale responsabile della campagna di sterminio contro le popolazioni africane non arabe tra il 2003 e il 2006. Il braccio armato di quella repressione era rappresentato dalle milizie Janjaweed, dalle quali provengono proprio Hemedti e numerosi comandanti delle attuali RSF.
Le indagini dell’ICC e una guerra senza vincitori
Le RSF continuano a respingere ogni accusa, sostenendo che le denunce siano il frutto della propaganda dei propri avversari. Tuttavia, secondo la vice procuratrice Khan, l’inchiesta della Corte Penale Internazionale sarebbe ormai vicina a una svolta decisiva. Dopo una visita ai campi profughi nel Ciad occidentale, la magistrata ha spiegato che il quadro emerso presenta inquietanti analogie con quello documentato durante il genocidio del Darfur dei primi anni Duemila.
Nonostante alcuni segnali di collaborazione da parte del governo sudanese sugli episodi più recenti, le autorità di Khartoum non hanno ancora consegnato diversi funzionari già ricercati per i crimini del precedente conflitto. Parallelamente, le RSF avrebbero rifiutato qualsiasi forma di cooperazione con gli investigatori internazionali.
Le nuove accuse arrivano inoltre in una fase particolarmente delicata per la stessa Corte Penale Internazionale, il cui operato è finito al centro delle polemiche internazionali dopo l’emissione del mandato di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e di altri esponenti del governo israeliano per presunti crimini di guerra nella Striscia di Gaza, decisione che ha portato gli Stati Uniti a imporre sanzioni nei confronti della procuratrice Khan e del suo staff.
Il Sudan resta diviso e cresce il rischio di una guerra per procura
Sul terreno la situazione continua a rimanere estremamente fluida. Attualmente le Forze Armate Sudanesi controllano gran parte dell’est del Paese e la capitale Khartoum, mentre le RSF mantengono il controllo di vaste aree occidentali, soprattutto nel Darfur. Secondo l’International Crisis Group nessuna delle due parti appare tuttavia in grado di ottenere una vittoria militare definitiva.
L’epicentro dei combattimenti si è nel frattempo spostato nella regione del Kordofan. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani, Volker Türk, ha recentemente denunciato il rischio che nella città di al-Obeid possa ripetersi una tragedia analoga a quella di el-Fasher. La città, assediata da circa diciotto mesi, ospita oltre mezzo milione di abitanti e più di 83 mila sfollati, alle prese con una gravissima crisi umanitaria aggravata dalla mancanza di acqua potabile, dagli attacchi con droni e dal blocco degli aiuti.
A complicare ulteriormente il quadro vi è anche il crescente coinvolgimento di potenze regionali. Secondo esperti delle Nazioni Unite, gli Emirati Arabi Uniti avrebbero fornito armi e droni alle RSF, circostanza sempre smentita da Abu Dhabi. Dall’altra parte, le Forze Armate Sudanesi continuano invece a beneficiare del sostegno politico e militare di Paesi come Egitto e Arabia Saudita, trasformando progressivamente il conflitto in una vera e propria guerra per procura.
La crisi umanitaria continua ad aggravarsi
Accanto al dramma militare continua a crescere quello umanitario. Secondo gli ultimi dati del Programma Alimentare Mondiale, gli sfollati interni hanno ormai raggiunto quota 8,8 milioni, mentre altri 4,6 milioni di sudanesi sono fuggiti nei Paesi confinanti. Oltre 19,5 milioni di persone vivono oggi in condizioni di grave insicurezza alimentare.
La situazione appare particolarmente critica anche sul fronte sanitario. L’organizzazione Emergency ha recentemente riferito che nel proprio centro pediatrico di Nyala, in Darfur, circa il 60% dei bambini ricoverati soffre di malnutrizione acuta.
Resta infine incerto il bilancio delle vittime. Il progetto ACLED ha documentato oltre 58 mila morti, ma gli analisti ritengono che il numero reale sia di gran lunga superiore. Secondo le stime del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (CSIS), i decessi provocati dalla guerra potrebbero ormai oscillare tra 150 mila e 400 mila persone, confermando il conflitto sudanese come una delle più gravi crisi umanitarie del mondo contemporaneo.
Attacco alla stazione di polizia: ucciso il comandante locale
Come riportato da Vatican News, il bilancio delle vittime dell’attacco avvenuto giovedì nello Stato di Warrap, nel nord-ovest del Sud Sudan, è salito ad almeno 25 morti e 20 feriti. Un gruppo di giovani armati ha preso di mira una stazione di polizia locale e, dopo lo scontro, ha sottratto oltre 200 capi di bestiame, dando vita a uno degli episodi di violenza intercomunitaria più sanguinosi dell’anno nella regione.
Tra le vittime c’è anche il colonnello Anyuat Akol, comandante della stazione di polizia, insieme ad altri membri delle forze di sicurezza e a diversi civili. Il bilancio è stato confermato dal ministro dell’Informazione dello Stato di Warrap, Paul Deng, all’agenzia Efe.
Warrap nel vortice delle violenze
L’attacco si inserisce in una nuova spirale di scontri che sta colpendo lo Stato di Warrap. Solo un giorno prima, un’altra ondata di violenze aveva provocato almeno 14 morti, mentre all’inizio della settimana oltre 20 persone erano state uccise in combattimenti intercomunitari separati nella regione del Grande Tonj.
Le rivalità locali, spesso legate al controllo delle risorse, al furto di bestiame e alle tensioni tra comunità, continuano ad alimentare un clima di instabilità in un Paese già segnato da anni di conflitti e crisi umanitarie.
L’offensiva dell’opposizione riaccende lo scontro politico
La situazione è resa ancora più fragile dal riaccendersi dello scontro tra le forze vicine al presidente Salva Kiir e quelle dell’opposizione legate all’ex vicepresidente Riek Machar, storico rivale politico e figura centrale negli accordi di pace del 2018.
L’opposizione armata ha rivendicato la conquista di Walgak Payam, località strategica nello Stato di Jonglei, dopo un’offensiva che avrebbe causato la morte di almeno 44 soldati governativi e di diversi rappresentanti politici locali.
Tra le vittime figura anche James Kueth Makuach, commissario della contea di Akobo, ucciso dopo la riconquista della zona da parte delle forze dell’opposizione. La sua morte è stata confermata dal governo sud sudanese.
Akobo, un territorio conteso tra governo e opposizione
La contea di Akobo è diventata uno dei principali centri della contesa. Considerata una roccaforte dell’opposizione, la zona è stata teatro negli ultimi mesi di pesanti combattimenti.
Secondo le fonti vicine a Machar, l’intensità dell’offensiva avrebbe costretto al ritiro le truppe fedeli al presidente Kiir, appartenenti in larga parte all’etnia Dinka. Una delle conquiste più rilevanti dell’opposizione negli ultimi mesi, secondo i suoi sostenitori.
Dietro lo scontro politico restano però dinamiche più profonde: in Sud Sudan le alleanze militari e territoriali sono spesso influenzate dalle appartenenze etniche, dalle rivalità locali e dal controllo delle risorse. La contrapposizione tra Kiir e Machar rappresenta quindi solo una parte di un conflitto molto più complesso.
Una crisi che coinvolge diverse regioni del Paese
Le tensioni non riguardano soltanto Warrap e Jonglei. Anche nella contea di Tonj, a circa 200 chilometri dalla capitale Giuba, gli scontri scoppiati il 6 luglio hanno provocato almeno 19 morti e 14 feriti.
Secondo la stampa locale, questi episodi fanno parte di un ciclo di violenze e rappresaglie che interessa l’area dalla fine del 2025, aggravato dalla persistente crisi umanitaria che continua a colpire il Paese africano.
Le elezioni sullo sfondo: cresce il timore di una nuova instabilità
A pesare sul futuro del Sud Sudan è anche l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale. Il primo luglio l’Assemblea nazionale di transizione ha approvato modifiche all’accordo di pace del 2018, eliminando l’obbligo di completare una Costituzione permanente e un censimento della popolazione prima delle elezioni.
La decisione ha provocato la reazione della comunità internazionale. L’Unione europea e le ambasciate di Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Giappone, Paesi Bassi, Norvegia, Svizzera e Regno Unito hanno espresso “profonda preoccupazione”, chiedendo a tutte le parti di impegnarsi per una cessazione immediata delle ostilità.
Il rischio è che il percorso verso il voto si trasformi in un nuovo fattore di tensione, in un Paese dove gli equilibri politici restano fragili e le ferite della guerra civile non sono ancora rimarginate.