Scacco, matto e stallo: Quando vincere non è l’unico modo di non perdere

Di — In Almanacco
Settembre 29, 2026
scacco

Scacco, matto e stallo: quando vincere non è l’unico modo di non perdere

Negli scacchi possiamo perdere quasi tutto e continuare a sperare. Possiamo lasciare per strada la Donna, sacrificare una Torre, assistere alla lenta scomparsa dei nostri Pedoni e ritrovarci con un esercito ridotto a pochi superstiti. Finché rimane una possibilità, la partita continua.

C’è soltanto un pezzo al quale non è concesso morire: il Re.

La cosa è curiosa, perché il Re non è affatto il pezzo più potente della scacchiera. Si muove lentamente, una casa alla volta, trascorre buona parte della partita protetto dagli altri e qualche volta sembra più un problema da custodire che un sovrano al quale obbedire. Eppure tutto, alla fine, dipende da lui.

Possiamo perdere la Donna e continuare. Possiamo rinunciare alle Torri e continuare. Ma se il nostro Re si trova sotto un attacco dal quale non esiste più alcuna via d’uscita, la partita è finita.

Negli scacchi il pezzo più importante non è quello che può fare di più, ma quello che non possiamo permetterci di perdere.

Quando un pezzo avversario minaccia direttamente il nostro Re siamo sotto scacco. Non abbiamo ancora perso, naturalmente, ma da quel momento la scacchiera pretende tutta la nostra attenzione. Possiamo portare il Re su una casa sicura, catturare il pezzo che lo minaccia quando ciò è possibile oppure, se la natura dell’attacco lo consente, mettere qualcosa fra l’attaccante e il Re.

Ciò che non possiamo fare è ignorarlo.

Lo scacco possiede infatti una caratteristica che nella vita giudicheremmo piuttosto maleducata: interrompe qualsiasi progetto avessimo in mente. Stavamo preparando un attacco magnifico? Dovrà aspettare. Stavamo per conquistare la Donna avversaria? Potrebbe non interessarci più. Quando il Re è minacciato, improvvisamente tutto il resto perde importanza.

Scacco, matto e stallo: quando vincere non è l’unico modo di non perdere

Ci sono problemi che chiedono una soluzione. Lo scacco pretende una risposta.

Ma dare scacco non significa vincere. Possiamo darne uno, dieci o venti e non ottenere nulla. La partita termina soltanto quando arriviamo allo scacco matto: il Re è sotto attacco e non esiste più una mossa legale capace di salvarlo. Non può fuggire su una casa sicura, non possiamo eliminare la minaccia e nessun altro pezzo può intervenire in suo soccorso.

A quel punto è finita.

Eppure accade qualcosa di singolare: il Re non viene catturato. Rimane sulla scacchiera. Non assistiamo alla sua morte perché gli scacchi, più eleganti di una vera battaglia, preferiscono fermarsi un istante prima.

Hanno inventato una forma di sconfitta nella quale il condannato non viene giustiziato: è sufficiente dimostrare che non potrebbe salvarsi.

Il Re è ancora lì, possiamo vederlo e toccarlo; tra poco lo rimetteremo persino nella posizione iniziale. Semplicemente, in quella partita non possiede più un futuro.

E proprio quando pensiamo di avere compreso il meccanismo, la scacchiera ci presenta una delle sue contraddizioni più raffinate.

Immaginiamo un Re rimasto quasi solo. L’avversario possiede una superiorità enorme e lo ha lentamente spinto verso il bordo della scacchiera. Non abbiamo più attacchi da organizzare né grandi piani da preparare. Il nostro Re non è sotto scacco, ma tutte le case sulle quali potrebbe muoversi sono controllate dall’avversario; inoltre non possediamo nessun altro pezzo con cui effettuare una mossa legale.

Non possiamo fare più nulla.

Tutto farebbe pensare alla sconfitta. E invece siamo salvi.

È lo stallo, e la partita termina patta.

La differenza sembra minuscola, ma cambia completamente il risultato: il Re non può muoversi, però non è sotto scacco. Proprio questa circostanza separa una sconfitta da un pareggio.

A volte non avere più una strada è una disgrazia. Negli scacchi può essere l’ultima via di salvezza.

È probabilmente questa una delle regole che più sorprendono quando cominciamo a giocare. Chi sembrava possedere tutto può ritrovarsi con soltanto mezzo punto; chi sembrava non avere più nulla scopre improvvisamente di possedere ancora quanto basta per non perdere.

E lo stallo ci insegna anche a diffidare dell’euforia. Possiamo avere una posizione completamente vinta e rovinarla con una sola mossa distratta: togliamo al Re avversario tutte le case disponibili senza dargli scacco e la vittoria che avevamo già cominciato ad assaporare diventa un pareggio.

La superiorità è piacevole. La superiorità senza attenzione è uno dei modi più raffinati di sprecare una vittoria.

Naturalmente lo stallo non è l’unico modo in cui una partita può terminare senza vincitori. Possiamo concordare la patta quando entrambi comprendiamo che nessuno dispone realisticamente di prospettive di vittoria. Esistono inoltre posizioni nelle quali il materiale rimasto non permette più di ottenere lo scacco matto, così come regole che impediscono alla partita di continuare indefinitamente quando una stessa posizione si ripete o quando, per molte mosse, non avvengono catture né movimenti di Pedone.

Eppure, fra tutti questi modi di dividere il punto, lo stallo rimane forse il più teatrale, perché non nasce necessariamente dall’equilibrio. Può comparire proprio nel momento della massima disuguaglianza.

Uno dei due giocatori possiede quasi tutto, l’altro quasi niente. Il primo pensa già alla vittoria; il secondo cerca soltanto un ultimo rifugio. Poi arriva una mossa apparentemente definitiva e la scacchiera, con la consueta indifferenza verso le nostre aspettative, decide che nessuno ha vinto.

Negli scacchi possiamo essere troppo deboli per vincere, ma qualche volta abbastanza immobili da non perdere.

È qui che comprendiamo davvero quanto siano vicini, eppure diversi, scacco, matto e stallo. Con lo scacco il Re è in pericolo e deve salvarsi; con lo scacco matto è in pericolo e non può più salvarsi; nello stallo, invece, non è minacciato ma non può compiere alcuna mossa legale.

La differenza può consistere in una sola casa.

Il risultato, invece, cambia completamente.

Forse è proprio questo che rende gli scacchi così poco indulgenti verso le apparenze. Una posizione disperata può contenere una salvezza, una posizione vinta può nascondere un errore e una mossa apparentemente innocua può separare la vittoria dal pareggio.

Vincere richiede spesso molte buone mosse. Per non vincere, qualche volta, ne basta una sola sbagliata.

Quando dunque avremo davanti un Re apparentemente condannato, non affrettiamoci a celebrare. Guardiamo ancora una volta la scacchiera. Chiediamoci se quel Re sia davvero sotto scacco, se possa ancora raggiungere una casa libera e se l’avversario disponga di un’altra mossa legale.

Perché negli scacchi essere senza speranza ed essere senza mosse non sono necessariamente la stessa cosa.

Forse la scacchiera vuole ricordarci proprio questo: vittoria e sconfitta sembrano opposti perfetti soltanto finché non compare una terza possibilità.

Lo stallo.

E allora scopriamo che, almeno sulle nostre sessantaquattro caselle, vincere non è l’unico modo di non perdere

Alla prossima (ci leggiamo venerdì 2 ottobre).

Scacco, matto e stallo: Quando vincere non è l’unico modo di non perdere