Il 2026 rappresenta un autentico anno di cesura per l’Ungheria che, dal 12 aprile, ha voltato pagina dopo quindici anni durante i quali l’ultraconservatore Viktor Orbán è stato alla guida del governo del Paese magiaro. In questi tre lustri il leader di Fidesz (Unione Civica Ungherese) si è distinto per il suo “modello ungherese”, che lo ha reso una delle figure più controverse del panorama europeo, spesso criticato per le sue politiche sovraniste e populiste, considerate da una parte degli osservatori di natura illiberale.
Celebri le posizioni di Orbán sulla difesa dei valori tradizionali, che hanno portato il suo esecutivo ad adottare una rigida politica a tutela della famiglia naturale e a limitare i diritti della comunità LGBTQ+ in nome della protezione dei minori, così come le tensioni con l’Unione europea, soprattutto in materia di immigrazione.
In questi quindici anni l’Ungheria è stata al centro di profonde divisioni, marcando ancora una volta quei confini politici che, secondo molti osservatori, non coincidono più con la tradizionale dicotomia destra-sinistra, bensì con quella tra mondialismo e sovranismo. Se, infatti, le cosiddette forze progressiste guardavano allo Stato dell’Europa centro-orientale come a un modello di autoritarismo, per il fronte opposto esso rappresentava un laboratorio politico da cui prendere esempio.
Tuttavia, al netto delle politiche interne, la “scure” sul governo Orbán, arrivata nei mesi scorsi, è stata soprattutto di carattere internazionale e, più precisamente, sul fronte delle alleanze. Determinanti si sono rivelati i controversi rapporti mantenuti con il presidente russo Vladimir Putin anche dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 e quelli con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Alle ultime elezioni le urne hanno premiato il quarantacinquenne Péter Magyar, ex militante di Fidesz che dal 2020 ha intrapreso un percorso politico autonomo fondando Tisza – Partito del Rispetto e della Libertà –, una formazione di centrodestra caratterizzata da una forte impostazione europeista, con l’obiettivo di ristabilire rapporti più collaborativi con Bruxelles e garantire il pieno rispetto dello Stato di diritto, ritenuto fondamentale anche per l’accesso ai fondi europei.
La vittoria del moderato Magyar è stata accolta con grande entusiasmo dai vertici dell’Unione europea, dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky e dalla sinistra internazionale, compresi gli esponenti italiani come la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein.
Tuttavia, va sottolineato come la competizione elettorale ungherese abbia visto confrontarsi tre movimenti di destra, dall’ala più sovranista a quella più moderata, mentre le forze progressiste e liberali hanno scelto di sostenere il leader di Tisza, risultato vincitore grazie a un consenso trasversale.