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Ungheria, dopo Orbán la rivoluzione di Magyar: il nuovo corso passa dalle istituzioni e dal simbolo di Judit Polgár

Di In Politica
Luglio 20, 2026
Peter magyar viktor orban

Il 2026 rappresenta un autentico anno di cesura per l’Ungheria che, dal 12 aprile, ha voltato pagina dopo quindici anni durante i quali l’ultraconservatore Viktor Orbán è stato alla guida del governo del Paese magiaro. In questi tre lustri il leader di Fidesz (Unione Civica Ungherese) si è distinto per il suo “modello ungherese”, che lo ha reso una delle figure più controverse del panorama europeo, spesso criticato per le sue politiche sovraniste e populiste, considerate da una parte degli osservatori di natura illiberale.

Celebri le posizioni di Orbán sulla difesa dei valori tradizionali, che hanno portato il suo esecutivo ad adottare una rigida politica a tutela della famiglia naturale e a limitare i diritti della comunità LGBTQ+ in nome della protezione dei minori, così come le tensioni con l’Unione europea, soprattutto in materia di immigrazione.

In questi quindici anni l’Ungheria è stata al centro di profonde divisioni, marcando ancora una volta quei confini politici che, secondo molti osservatori, non coincidono più con la tradizionale dicotomia destra-sinistra, bensì con quella tra mondialismo e sovranismo. Se, infatti, le cosiddette forze progressiste guardavano allo Stato dell’Europa centro-orientale come a un modello di autoritarismo, per il fronte opposto esso rappresentava un laboratorio politico da cui prendere esempio.

Tuttavia, al netto delle politiche interne, la “scure” sul governo Orbán, arrivata nei mesi scorsi, è stata soprattutto di carattere internazionale e, più precisamente, sul fronte delle alleanze. Determinanti si sono rivelati i controversi rapporti mantenuti con il presidente russo Vladimir Putin anche dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 e quelli con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Alle ultime elezioni le urne hanno premiato il quarantacinquenne Péter Magyar, ex militante di Fidesz che dal 2020 ha intrapreso un percorso politico autonomo fondando Tisza – Partito del Rispetto e della Libertà –, una formazione di centrodestra caratterizzata da una forte impostazione europeista, con l’obiettivo di ristabilire rapporti più collaborativi con Bruxelles e garantire il pieno rispetto dello Stato di diritto, ritenuto fondamentale anche per l’accesso ai fondi europei.

La vittoria del moderato Magyar è stata accolta con grande entusiasmo dai vertici dell’Unione europea, dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky e dalla sinistra internazionale, compresi gli esponenti italiani come la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein.

Tuttavia, va sottolineato come la competizione elettorale ungherese abbia visto confrontarsi tre movimenti di destra, dall’ala più sovranista a quella più moderata, mentre le forze progressiste e liberali hanno scelto di sostenere il leader di Tisza, risultato vincitore grazie a un consenso trasversale.

La “rivoluzione imperfetta” del nuovo governo Magyar

Tuttavia, in Ungheria, nei primi mesi successivi alla vittoria elettorale, si è assistito soltanto a una “rivoluzione imperfetta”, come definita da un recente articolo de L’Internazionale, da parte del nuovo esecutivo guidato da Péter Magyar, che ha immediatamente iniziato a ridimensionare l’eredità politica lasciata da Viktor Orbán.

Il nuovo premier ha fatto ricorso a emendamenti lampo e provvedimenti incisivi, come l’introduzione del limite massimo di 70 anni per i giudici della Corte costituzionale, figure in gran parte legate alla precedente stagione politica. Una scelta che, secondo alcuni analisti, potrebbe rappresentare il presupposto per sostituire magistrati considerati vicini all’ex governo con giuristi più in sintonia con il nuovo esecutivo.

Gli oppositori, invece, accusano Magyar di utilizzare la propria supermaggioranza parlamentare in maniera eccessivamente aggressiva, con il rischio di riproporre, seppur in una forma diversa, quelle dinamiche di concentrazione del potere che per anni sono state contestate proprio al sistema costruito da Orbán.

Il nodo della corruzione e il ridimensionamento dell’eredità di Orbán

Tra le principali accuse rivolte al lungo governo di Viktor Orbán vi è quella relativa alla diffusione della corruzione, diventata, secondo diversi osservatori internazionali, un fenomeno strutturale all’interno del sistema ungherese. Proprio su questo terreno il nuovo esecutivo guidato da Péter Magyar ha costruito parte della propria azione politica, promettendo di ristabilire maggiore trasparenza nelle istituzioni e di limitare quella che considera un’eccessiva concentrazione del potere nelle mani dell’ex premier e dei suoi alleati.

In questa prospettiva si inserisce anche la vicenda del presidente della Repubblica Tamás Sulyok, considerato vicino all’area politica di Orbán. I legislatori ungheresi hanno recentemente approvato un emendamento costituzionale che porrebbe fine anticipatamente al suo mandato da capo dello Stato, nell’ambito della strategia del nuovo governo volta a ridimensionare l’influenza lasciata dall’ex premier e dal sistema di potere costruito negli ultimi quindici anni.

Lo stesso Sulyok ha criticato la modifica costituzionale, ma ha annunciato di voler rispettare la legge fondamentale del Paese, dichiarando di aver valutato attentamente le proprie opzioni giuridiche e la propria coscienza prima di adempiere ai propri obblighi istituzionali. Dal canto suo, Magyar ha rivendicato la decisione come un passaggio necessario per “ripristinare” un principio che, a suo giudizio, sarebbe stato compromesso durante l’era Orbán: quello secondo cui il potere deve essere limitato e le istituzioni devono tornare a essere al servizio dei cittadini.

Magyar punta su Judit Polgár per la presidenza della Repubblica

Nel processo di rinnovamento istituzionale avviato dal nuovo governo ungherese, il premier Péter Magyar ha individuato nella leggenda degli scacchi Judit Polgár la possibile figura destinata a ricoprire il ruolo di nuovo presidente della Repubblica. Secondo quanto diffuso dai media internazionali e riportato dall’Ansa, il leader di Tisza avrebbe proposto il nome della campionessa perché l’Ungheria avrebbe bisogno di un capo dello Stato “di cui ogni ungherese possa andare fiero”.

La proposta arriva dopo la firma, da parte dell’attuale presidente Tamás Sulyok, dell’emendamento costituzionale che pone fine al suo mandato alla guida dello Stato, nell’ambito della profonda revisione degli equilibri istituzionali portata avanti dalla nuova maggioranza.

Magyar ha annunciato attraverso un post sui propri canali social che incontrerà Polgár per chiederle personalmente la disponibilità ad assumere l’incarico fino all’approvazione di una nuova Costituzione ungherese. La campionessa, tuttavia, non ha ancora reso nota la propria risposta.

Judit Polgár, 49 anni, è considerata universalmente una delle più grandi giocatrici di scacchi della storia. Ha dominato la classifica mondiale femminile per 26 anni consecutivi e, a soli 15 anni, è diventata la più giovane Grande Maestro di sempre, conquistando il massimo riconoscimento previsto nel mondo degli scacchi.

Il Parlamento ungherese, dove il partito Tisza dispone di una maggioranza dei due terzi, dovrebbe procedere all’elezione del nuovo presidente prima della festa nazionale del 20 agosto, una data dal forte valore simbolico per il Paese magiaro.