Addio a Sonny Rollins, l’uomo che sussurrava al sassofono

Di In Musica
Maggio 27, 2026

Quando un monumento si sgretola, il silenzio che lascia è più rumoroso di qualsiasi accordo. La notizia della scomparsa di Sonny Rollins toglie il fiato agli amanti della musica di tutto il pianeta. Definito, non a caso, il “Saxophone Colossus”, Rollins non è stato semplicemente un sassofonista straordinario: è stato l’architetto del fraseggio jazz, un filosofo del ritmo e l’ultimo legame vivente con l’epoca d’oro di Miles Davis, Thelonious Monk e John Coltrane. Con lui se ne va l’ultimo gigante di un’era in cui la musica cambiava il corso della storia.

Nato a New York nel 1930, Theodore Walter “Sonny” Rollins ha attraversato il secolo scorso e l’inizio di questo con la forza di un uragano. Il suo suono era riconoscibile dopo appena due note: corposo, ruvido, ironico, intriso di una potenza muscolare che però sapeva piegarsi alla fragilità più assoluta. Rollins ha preso il sax tenore e lo ha liberato dalle strutture rigide, inventando l’improvvisazione tematica. Non si limitava a suonare sugli accordi; lui prendeva una melodia — che fosse un canto tradizionale o un motivetto pop — e la smontava, la ribaltava, la interroga, la ricomponeva davanti a un pubblico ipnotizzato.

Nella storia del jazz, i suoi silenzi sono stati leggendari quanto le sue note. All’apice del successo, insoddisfatto del proprio livello musicale, Rollins scelse per ben due volte di ritirarsi dalle scene. Il mito ricorda soprattutto il suo esilio volontario sul ponte di Williamsburg a New York, tra il 1959 e il 1961. Lì, al freddo, tra lo smog e il rumore dei treni della metropolitana, Sonny suonava per ore da solo, rivolto verso il fiume, alla ricerca del “suono perfetto”. Da quell’isolamento nacque The Bridge, un album che è la testimonianza di un uomo che preferiva la verità artistica al successo commerciale.

Da Way Out West a Freedom Suite (uno dei primi manifesti politici in musica per i diritti civili degli afroamericani), la discografia di Rollins è un manuale di antropologia musicale. Ha suonato con tutti: ha sfidato la velocità di Clifford Brown, ha assecondato le geometrie di Monk, ha dialogato con lo spazio insieme a Miles Davis. Negli ultimi anni, dopo che i problemi di salute lo avevano costretto a posare lo strumento, Rollins era diventato una sorta di saggio custode della memoria. Dal suo rifugio continuava a predicare la fratellanza, l’attivismo ambientale e l’idea che la musica fosse una forza spirituale capace di guarire il mondo.

Oggi il sax di Sonny Rollins smette di vibrare, ma l’eco del suo soffio rimarrà impresso in ogni musicista che oserà accostare le labbra a un’ancia. Il Colosso ha posato lo strumento, ha attraversato il suo ultimo ponte e si è accomodato nell’Olimpo dei grandi. Resta la sua musica: un monumento di bronzo, oro e polvere di stelle che il tempo non potrà mai scalfire.