Scacchiera, «gli scacchi sono il più violento di tutti gli sport».
La frase fu pronunciata da Garry Kasparov, campione del mondo di scacchi dal 1985 al 2000, uno dei più grandi giocatori di ogni epoca. E dobbiamo riconoscere che, per essere uno sport così violento, gli scacchi hanno avuto almeno l’eleganza di eliminare il sangue. La civiltà, dopotutto, non consiste nell’abolire la guerra, ma nel trovare il modo più raffinato di combatterla.
Eppure, se li osserviamo da fuori, ci sembrano l’occupazione più pacifica che l’uomo abbia inventato dopo il sonno. Due persone siedono immobili una di fronte all’altra. Non corrono, non gridano, non si toccano. Una mano prende un Cavallo, lo solleva appena e lo deposita qualche centimetro più avanti. Tutto appare tranquillo e, naturalmente, è già cominciata una guerra.
Le Torri sorvegliano confini che nessuno ha disegnato, gli Alfieri attraversano obliquamente il regno e i Cavalli, poco rispettosi delle convenzioni, sono gli unici autorizzati a saltare sopra gli altri. Dietro i pedoni c’è un Re che possiede una corona ma trascorre gran parte della partita cercando protezione; accanto a lui una Donna che non regna ufficialmente su nulla e tuttavia può andare quasi dappertutto. Anche sulla scacchiera, come nella vita, il titolo e il potere non sempre coincidono.
La scacchiera è un altrove: guerra, eros, arte, geometria e ossessione
La violenza di cui parlava Kasparov è più sottile di quella che immaginiamo. Non dobbiamo soltanto catturare i pezzi dell’avversario: dobbiamo entrare nei suoi pensieri, intuire ciò che desidera fare e impedirglielo prima ancora che abbia finito di desiderarlo. Negli scacchi non ci basta conquistare lo spazio: dobbiamo conquistare il futuro.
Da principianti guardiamo soprattutto ciò che c’è; con l’esperienza impariamo a cercare ciò che ancora non c’è. L’esperienza, negli scacchi come nella vita, consiste spesso nell’imparare a preoccuparsi in anticipo. Giochiamo nel presente, ma perdiamo quasi sempre nel futuro. E il futuro possiede un vantaggio sleale: quando arriva, conosce già tutte le nostre mosse.
Sarebbe però ingeneroso ridurre gli scacchi alla guerra. Quelle sessantaquattro caselle sono state anche matematica, arte, ossessione, bellezza ed eros.
Nel 1963 Marcel Duchamp sedeva davanti a una scacchiera al Pasadena Art Museum. Aveva rivoluzionato l’arte e si era profondamente appassionato a un gioco nel quale nessuno può cambiare le regole. Forse soltanto chi ha passato la vita a infrangere le regole può comprendere fino in fondo il piacere di rispettarle.
Di fronte a lui sedeva Eve Babitz, ventenne, completamente nuda. Duchamp aveva settantasei anni ed era vestito. Tra loro c’era una scacchiera.
Julian Wasser fissò la scena in una fotografia destinata a diventare celebre. Duchamp guarda i pezzi, Eve Babitz la scacchiera; noi, dopo più di sessant’anni, non siamo ancora del tutto sicuri di dove guardare. La bellezza pretende attenzione; l’intelligenza, più vanitosa, pretende che fingiamo di non esserci distratti.
Kasparov vi vedeva la guerra, Duchamp vi cercava la bellezza, Eve Babitz vi portò la nudità. La scacchiera accolse tutto senza cambiare una sola regola. Forse perché gli scacchi possiedono una virtù che spesso manca a noi uomini: sopportano benissimo le contraddizioni.
Ed è qui che la scacchiera smette di essere un semplice oggetto e diventa un luogo nel quale entriamo.
Viene da molto lontano. Le sue origini ci conducono verso l’India antica e il chaturanga, uno dei principali antenati degli scacchi. Da lì il gioco attraversò civiltà e secoli fino ad arrivare a noi. Gli uomini che muovevano quei pezzi scomparivano; i pezzi continuavano il cammino.
Gli uomini hanno sempre avuto una grande passione per l’eternità, soprattutto quando si trattava del proprio potere. La scacchiera non fece promesse e durò più di loro.
Gli imperi passavano. La scacchiera restava.
Ancora oggi, quando prepariamo una partita, ripetiamo un gesto compiuto milioni di volte. Disponiamo i pezzi, per qualche secondo tutto è perfettamente ordinato, poi muoviamo un pedone e la simmetria scompare.
La perfezione, fortunatamente, dura poco. Se durasse, non avremmo nulla da fare.
Otto caselle per otto, trentadue chiare e trentadue scure. Una geometria elementare, quasi innocente. Ma delle cose troppo semplici è prudente diffidare. La semplicità è spesso la forma più elegante scelta dalla complessità per non farsi riconoscere.
Uno spazio finito produce possibilità che ci sembrano infinite. Non possiamo aggiungere una sessantacinquesima casella e tuttavia non riusciamo a esaurire ciò che può accadere nelle sessantaquattro che abbiamo.
Noi uomini abbiamo sempre desiderato l’infinito. Gli scacchi hanno avuto il buon gusto di racchiuderlo in un quadrato.
64 caselle. Infinite storie.
Gli scacchi, inoltre, non hanno bisogno di traduzione. Due sconosciuti che non conoscono la lingua l’uno dell’altro possono sedersi davanti alla stessa scacchiera. Uno muove il pedone di Re, l’altro risponde e la conversazione è già cominciata. La prima mossa è una domanda, la seconda una risposta, la terza forse una provocazione.
È difficile mentire a chi non conosce la nostra lingua; sulla scacchiera, invece, diventa indispensabile provarci.
E mentre muoviamo i pezzi finiamo per muovere anche qualcosa di noi: l’impazienza, la paura, l’orgoglio. Possiamo vedere cinque mosse nel futuro e non accorgerci del Cavallo che abbiamo davanti. La nostra intelligenza è meravigliosa soprattutto perché non è infallibile. Se lo fosse, sarebbe soltanto calcolo.
Poi la partita finisce e accade qualcosa che nessuna guerra reale è mai riuscita a organizzare: i morti risorgono. Il pedone sacrificato ritorna, la Donna catturata ricompare, il Cavallo riprende il proprio posto e perfino il Re sconfitto si rialza.
La vita ci concede raramente una seconda occasione. Gli scacchi, più generosi, ce ne concedono una a ogni partita. Il problema è che noi utilizziamo quasi sempre la seconda occasione per commettere errori nuovi.
Per secoli abbiamo ripetuto questo rito, finché davanti alla scacchiera è comparsa una mente senza corpo, senza paura e senza stanchezza: il computer.
Quando le macchine cominciarono a giocare meglio di noi, qualcuno pensò che gli scacchi avessero perso il loro fascino. Accadde il contrario. L’uomo teme sempre che la macchina possa sostituirlo; molto più raramente teme di assomigliarle.
Il computer non uccise gli scacchi: li moltiplicò. Oggi possiamo muovere un pedone a Napoli e ricevere pochi istanti dopo la risposta di qualcuno dall’altra parte del pianeta.
Forse il progresso consiste soprattutto nel rendere più veloci le nostre antiche ossessioni.
E allora perché giochiamo?
Forse per vincere, anche se la vittoria possiede un difetto imperdonabile: dura molto meno del desiderio di ottenerne un’altra. Forse per capire, ma la conoscenza ha questa singolare forma di cortesia: più ci concede, meno ci permette di considerarci sapienti.
O forse giochiamo perché ci piace credere che, da qualche parte, esista una mossa giusta. Forse amiamo tanto la strategia proprio perché la vita raramente ci concede il lusso di averne una.
Quando perdiamo continuiamo a giocare una partita che non esiste più: «Se avessimo mosso la Torre…», «Se non avessimo cambiato le Donne…», «Se avessimo visto quella diagonale…». Il passato possiede questo grande vantaggio: la mossa giusta ci arriva sempre quando non ci serve più.
Il giorno dopo riapriamo la scatola, rimettiamo in piedi i morti e ricominciamo. Forse giochiamo proprio per questo: ogni partita ci concede l’illusione, elegante e assurda, di poter rimettere l’universo nella posizione iniziale.
È da questo luogo sospeso fra la violenza di Kasparov e la nudità di Eve Babitz davanti a Duchamp, fra geometria e desiderio, guerra e silenzio, uomo e macchina, che comincia TESTI MATTI.
Prima di partire, però, la scacchiera sembra volerci ricordare che non è prudente fidarci completamente neppure di lei. Dopotutto, le apparenze ingannano con molta più eleganza quando sono perfettamente geometriche.
Guardiamola.
Una traversa contiene otto caselle. Anche la grande diagonale ne attraversa otto.
Otto sul lato. Otto sulla diagonale.
Sembrerebbero avere la stessa lunghezza.
Eppure sappiamo che la diagonale di un quadrato è più lunga del lato.
Se entrambe attraversano otto caselle, perché una è più lunga dell’altra?
Non rispondiamo troppo in fretta.
Anzi, non rispondiamo affatto.
Lasciamo quelle otto caselle dove sono. La scacchiera non sembra preoccuparsene: da secoli continua a offrirci la stessa geometria, come se non avesse nulla da spiegare. Siamo noi a volerle chiedere perché.
Potremmo cercare la soluzione. La geometria, naturalmente, ne avrebbe una. La geometria ha quasi sempre una spiegazione: è uno dei motivi per cui possiede meno mistero della vita.
Noi preferiamo fermarci un istante prima. Alcune domande acquistano fascino proprio quando rimangono sospese, abbastanza vicine da incuriosirci e abbastanza lontane da non lasciarsi afferrare.
La scacchiera, dopo tanti secoli, ha imparato una forma di eleganza che noi uomini possediamo raramente: sa custodire i propri segreti senza sentire il bisogno di negarli.
Del resto, non ci sono domande indiscrete. A volte lo sono le risposte.
Lasciamo dunque la domanda dov’è, tra una casella chiara e una scura, tra ciò che sappiamo e ciò che crediamo di sapere, tra la geometria e il mistero.
Noi abbiamo appena varcato la soglia.
La scacchiera era già qui ad aspettarci.