Scacchiera, abbiamo varcato la soglia. Ora possiamo guardarci intorno.
La scacchiera non è grande: otto caselle per otto, sessantaquattro in tutto, metà chiare e metà scure. Un quadrato così piccolo che possiamo tenerlo sotto un braccio e portarlo via. Eppure, appena lo apriamo, pretende immediatamente di diventare un mondo. E, come tutti i mondi seri, ha una sua geografia.
Ci sono confini che non possiamo oltrepassare, direzioni consentite e altre proibite, strade dritte e percorsi obliqui. Ci sono angoli nei quali un Re può sentirsi al sicuro e case centrali per le quali vale la pena combattere. Perfino un territorio completamente vuoto può diventare decisivo. La geografia, negli scacchi, comincia dove finisce il paesaggio.
Prima di muovere qualsiasi pezzo dobbiamo però sistemare correttamente questo piccolo universo. La scacchiera va orientata in modo che ciascun giocatore abbia alla propria destra una casella chiara. È una regola semplicissima e, forse proprio per questo, una delle prime che rischiamo di dimenticare. Possiamo ricordarla con poche parole: casa bianca a destra.
A quel punto le sessantaquattro caselle smettono di essere quadrati anonimi e acquistano ciascuna un nome. Le otto linee verticali sono le colonne, indicate con le lettere dalla a alla h; quelle orizzontali sono le traverse, numerate da 1 a 8. Basta incrociare una lettera e un numero perché ogni casa abbia il proprio indirizzo: a1, e4, h8.
Scacchiera
Sulla scacchiera, dunque, sarebbe praticamente impossibile perdersi. Il che non impedisce a milioni di giocatori di riuscirci ogni giorno. Conoscere l’indirizzo di una casa, del resto, non significa sapere che cosa ci aspetta quando vi arriviamo.
Colonne e traverse costituiscono l’ordine più evidente, ma la scacchiera nasconde anche strade oblique: le diagonali, successioni di case dello stesso colore che si toccano agli angoli. Una Torre guarda il mondo attraverso colonne e traverse; un Alfiere, invece, lo osserva di sbieco e, una volta nato su un colore, gli rimane fedele per tutta la partita. L’Alfiere delle case chiare non conoscerà mai una casa scura e quello delle case scure non metterà mai piede su una casa chiara. Ci sono fedeltà che durano una vita soltanto perché non abbiamo mai avuto la possibilità di tradirle.
Le due grandi diagonali attraversano la scacchiera da un angolo all’altro e comprendono otto case; le altre si accorciano progressivamente avvicinandosi ai bordi. La geometria è semplice, ma non innocente: una diagonale aperta può trasformarsi in una magnifica strada per il nostro Alfiere oppure in un’autostrada che, senza accorgercene, abbiamo costruito per quello dell’avversario. Negli scacchi una strada libera è una buona notizia soltanto finché non scopriamo chi la percorrerà.
Al centro troviamo quattro case particolarmente importanti: d4, e4, d5 ed e5. Nessuna regola attribuisce loro un valore superiore alle altre, eppure fin dalle prime mosse gran parte della battaglia si concentra proprio lì. La ragione è semplice: dal centro i pezzi possono raggiungere più facilmente zone diverse della scacchiera, mentre sui bordi le loro possibilità diminuiscono. Un Cavallo al centro può controllare fino a otto case; relegato in un angolo, soltanto due. Gli scacchi ci impartiscono così una delle loro prime lezioni senza bisogno di moralismi: stare al centro offre molte possibilità; stare ai margini, qualche volta, soltanto una magnifica vista.
Quando abbiamo orientato correttamente la scacchiera possiamo finalmente schierare i due eserciti. Le Torri occupano gli angoli, accanto vengono i Cavalli e poi gli Alfieri. Restano le due case centrali per il Re e la Donna. Per ricordare dove collocare quest’ultima basta una regola semplice: la Donna va sul proprio colore. La Donna bianca sulla casa chiara, quella nera sulla casa scura. Davanti agli otto pezzi disponiamo infine la fila degli otto pedoni.
A questo punto, prima della prima mossa, tutto è perfettamente simmetrico. Sedici pezzi contro sedici: un Re contro un Re, una Donna contro una Donna, due Torri, due Alfieri, due Cavalli e otto pedoni per parte. Nessuno ha ancora conquistato nulla, nessuno ha perso nulla e, soprattutto, nessuno ha ancora commesso un errore.
All’inizio siamo tutti innocenti. È la prima mossa che comincia a produrre le prove.
È forse l’unico momento della partita nel quale entrambi i giocatori possono sostenere, con qualche fondamento, di non aver sbagliato niente. I due eserciti sono identici, le possibilità ancora intatte e la geometria sembra garantire a entrambi la più assoluta parità. Ma è una perfezione destinata a durare pochissimo. La perfetta uguaglianza, negli scacchi, dura esattamente fino a quando qualcuno decide di fare qualcosa.
E qualcuno, naturalmente, deve cominciare.
È proprio nel momento in cui una mano si avvicina alla scacchiera che la simmetria presenta la sua prima incrinatura: muove il Bianco.
Per noi oggi è così naturale che raramente ci chiediamo perché. Eppure non è una legge della geometria e neppure una necessità logica del gioco: gli scacchi potrebbero perfettamente esistere con il Nero alla prima mossa.
Per molti secoli, infatti, non vi fu una regola universale che imponesse sempre al Bianco di iniziare. Le consuetudini variarono e si poteva stabilire in modi diversi chi avesse diritto alla prima mossa. Soltanto nell’Ottocento, con la progressiva standardizzazione degli scacchi internazionali, si consolidò la convenzione secondo cui il giocatore con i pezzi bianchi muove per primo. Da allora la regola non è più cambiata.
Ma cominciare è davvero un vantaggio? Sì, anche se piccolo.
Il Bianco dispone di ciò che negli scacchi chiamiamo iniziativa: può formulare la prima domanda, mentre il Nero deve scegliere come rispondere. Le statistiche delle partite di alto livello mostrano storicamente un vantaggio complessivo del Bianco, anche se naturalmente la prima mossa non garantisce affatto la vittoria. Se così fosse, gli scacchi sarebbero un gioco molto breve e i giocatori di Nero persone di ammirevole ottimismo.
Il privilegio del Bianco è più sottile. Muove per primo e, almeno inizialmente, può cercare di orientare la conversazione. Il Nero risponde, contrasta, devia, prepara la propria replica e aspetta il momento nel quale potrà finalmente smettere di rispondere e cominciare a fare domande. Negli scacchi avere la prima parola è un vantaggio. Pretendere di avere anche l’ultima è tutta un’altra faccenda.
Non dobbiamo però lasciarci ingannare dai colori. Bianco e Nero non sono giudizi morali: il Bianco non rappresenta il bene e il Nero non rappresenta il male. Sono semplicemente due eserciti contrapposti, distinti perché dobbiamo poterli riconoscere. La scacchiera non conosce innocenti e colpevoli. Conosce soltanto mosse buone e mosse cattive.
Forse è anche per questo che conserva intatto il proprio fascino. Dentro le sessantaquattro caselle tutto è rigorosamente definito e, nello stesso tempo, quasi nulla è già deciso. Conosciamo i confini, gli indirizzi e la posizione dei pezzi. Sappiamo perfino chi deve parlare per primo.
Poi il Bianco muove e tutto ciò che era ordine diventa possibilità.
La scacchiera che un istante prima sembrava soltanto un quadrato comincia a produrre strade, minacce, territori e attese. Una casa vuota diventa improvvisamente importante, una diagonale si apre, un Cavallo guarda verso il centro, un pedone compie il primo passo di una storia della quale nessuno conosce ancora la fine.
La posizione iniziale è perfettamente uguale per tutti. È ciò che facciamo dopo a renderla nostra.
Nel precedente incontro avevamo lasciato una domanda sospesa fra la geometria e il mistero. Non avevamo promesso di risolverla e manterremo la parola. Possiamo, semmai, renderla ancora un po’ più indiscreta.
Abbiamo detto che una traversa contiene otto caselle e abbiamo visto che anche una grande diagonale ne attraversa otto. Otto e otto. Eppure la diagonale è più lunga.
La scacchiera continua a non mostrare alcun imbarazzo.
Forse perché i numeri sanno perfettamente ciò che stanno dicendo; siamo noi che qualche volta confondiamo il contare con il misurare.
Non andremo oltre.
Avevamo già convenuto che non ci sono domande indiscrete. A volte lo sono le risposte.
E una rubrica che si chiama TESTI MATTI può permettersi almeno il lusso di lasciare qualche casella vuota.