Dimmi che Elo hai e ti dirò chi sei. Quando la forza di uno scacchista diventa un numero.

Di — In Almanacco
Ottobre 02, 2026
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Dimmi che Elo hai e ti dirò chi sei. Quando la forza di uno scacchista diventa un numero.

Prima o poi, frequentando un circolo di scacchi, qualcuno ce lo chiederà. Non quanti anni abbiamo. Non quale apertura preferiamo. Nemmeno da quanto tempo giochiamo. Ci chiederà: «Quanto Elo hai?» E scopriremo che, nel piccolo universo delle sessantaquattro caselle, anche noi possediamo un numero.

Un numero che sale quando vinciamo, scende quando perdiamo e qualche volta sembra interessarci più della partita stessa. Possiamo fingere indifferenza, naturalmente. È una delle attività nelle quali gli scacchisti raggiungono livelli di assoluta eccellenza.

Diciamo che l’Elo non ci interessa soprattutto nei giorni in cui diminuisce.

Ma che cos’è davvero questo numero?

L’Elo prende il nome da Arpad Elo, fisico e scacchista di origine ungherese naturalizzato statunitense, che elaborò un sistema per misurare la forza relativa dei giocatori. L’idea fondamentale è semplice e, proprio per questo, intelligente: non conta soltanto se vinciamo o perdiamo, ma contro chi otteniamo quel risultato.

Battere un avversario molto più forte di noi non equivale a batterne uno molto più debole. Allo stesso modo, perdere contro un campione non dovrebbe costarci quanto perdere contro qualcuno che, almeno secondo il rating, avremmo dovuto battere.

Il numero, insomma, non giudica una partita isolata. Cerca di collocarci rispetto agli altri.

Ed è qui che comincia il divertimento.

Se affrontiamo un giocatore con un Elo molto superiore al nostro, il sistema si aspetta che sia lui a ottenere il risultato migliore. Se invece riusciamo a batterlo, abbiamo fatto qualcosa di relativamente improbabile e il nostro rating viene premiato maggiormente. Al contrario, sconfiggere un avversario molto più debole produce una variazione modesta, perché abbiamo semplicemente fatto ciò che il sistema si aspettava da noi.

Negli scacchi una vittoria vale sempre un punto sulla scacchiera, ma non sempre lo stesso numero fuori dalla scacchiera.

Naturalmente l’Elo non è un voto dato alla nostra intelligenza. Non misura quanto siamo colti, creativi o profondi, e neppure stabilisce quanto sia bella una nostra partita. È una misura statistica della forza agonistica relativa, costruita attraverso i risultati ottenuti contro altri giocatori.

Possiamo giocare una combinazione meravigliosa e perdere. Possiamo giocare una partita orribile e vincere perché l’avversario, con ammirevole generosità, ha commesso l’ultimo errore. L’Elo registrerà il risultato.

La bellezza ricorda come abbiamo giocato. Il rating, molto meno sentimentale, ricorda soprattutto come è finita.

C’è poi un equivoco frequente. L’Elo non è una quantità assoluta come il peso o l’altezza. Dire che un giocatore possiede 1800 punti significa collocarlo all’interno di una popolazione di giocatori e di un determinato sistema di rating. Per questo non tutti i numeri che incontriamo sono direttamente confrontabili.

Possiamo avere un rating FIDE nelle competizioni ufficiali e numeri differenti sulle piattaforme online. Persino sulla stessa piattaforma possiamo avere valutazioni diverse nel gioco rapid, blitz o bullet. Non siamo diventati improvvisamente tre persone diverse. Sono diversi i sistemi che cercano di misurarci.

Gli uomini hanno sempre desiderato sapere quanto valgono. Gli scacchi hanno avuto l’imprudenza di rispondere con un numero.

Quel numero, inoltre, non rimane immobile. Dopo ogni partita valida per il rating viene confrontato il risultato che abbiamo effettivamente ottenuto con quello che, sulla base della differenza Elo, era statisticamente atteso. La variazione dipende anche da un coefficiente, il cosiddetto fattore K, che determina quanto rapidamente il rating possa cambiare. Dietro pochi punti guadagnati o perduti si nasconde dunque una piccola previsione matematica. Il sistema dice, in sostanza: pensavamo che sarebbe andata così. Poi giochiamo. E gli dimostriamo se aveva ragione.

Prima o poi, frequentando un circolo di scacchi, qualcuno ce lo chiederà. Non quanti anni abbiamo.

La matematica fa una previsione. La scacchiera conserva il diritto di contraddirla.

È importante però non attribuire all’Elo più saggezza di quanta ne possieda. Due giocatori con lo stesso rating non sono identici. Uno può amare posizioni tattiche e furiose, l’altro finali interminabili; uno può conoscere profondamente le aperture, l’altro sentirsi a casa soltanto quando la teoria è finita. Il numero li avvicina.

La scacchiera li distingue.

Ed è forse questa la parte più interessante. L’Elo cerca di ridurre la nostra forza a una cifra, mentre ogni partita continua ostinatamente a ricordarci che siamo molto più complicati. Possiamo attraversare un periodo brillante e vedere il numero salire. Poi arrivano tre sconfitte, una patta concessa quando eravamo in vantaggio, un Cavallo lasciato in presa e improvvisamente cominciamo a osservare quel rating con un’attenzione quasi sospetta. Dieci punti guadagnati sembrano pochi. Dieci punti perduti sembrano moltissimi.

L’Elo possiede una curiosa proprietà matematica: quando sale è soltanto un numero; quando scende diventa una tragedia personale.

Eppure il suo valore autentico è un altro. Ci permette di organizzare tornei, formare fasce di giocatori, confrontare risultati e seguire nel tempo l’evoluzione della nostra forza agonistica. È uno strumento, non una sentenza. Perché nessun numero potrà raccontare quella partita nella quale abbiamo trovato una combinazione che non pensavamo di essere capaci di vedere. Nessun rating conserverà il ricordo della prima volta che abbiamo battuto un giocatore molto più forte di noi o di quella sconfitta che ci ha insegnato più di dieci vittorie.

Alla fine, però, controlleremo comunque quanti punti abbiamo guadagnato. Siamo scacchisti, non santi. E forse possiamo perdonarci questa piccola vanità. Dopotutto, passiamo ore davanti a sessantaquattro caselle cercando di dimostrare che abbiamo visto qualcosa prima del nostro avversario. Pretendere, alla fine, anche un numero che ce lo confermi è quasi inevitabile.

L’Elo prova a dirci quanto siamo forti. La scacchiera, molto più indiscreta, continua a mostrarci quanto ci resta da imparare.

Alla prossima (ci leggiamo martedì, anno del Signore 2026, decimo mese, sesto giorno)