Futuro Nazionale, il partito fondato dall’eurodeputato Roberto Vannacci lo scorso febbraio, è tra gli argomenti politici più discussi dell’estate 2026, anche alla luce del sondaggio pubblicato da Human Index nelle scorse settimane.
Il nuovo soggetto politico è nato dalla scissione della Lega, portando con sé quella parte dell’ala sovranista che si è sentita tradita dall’attuale governo di centrodestra, ritenuto colpevole, secondo i fuoriusciti, di aver fatto ben poco sul fronte dell’immigrazione e della sicurezza e di aver proseguito, almeno in parte, le politiche avviate dal governo Draghi, tradendo di fatto le aspettative del proprio elettorato.
Vannacci, da buon generale, ha finora adottato una strategia prettamente militare: quella dell’incursore. In questi mesi, infatti, Futuro Nazionale ha registrato un vero e proprio boom di adesioni, accogliendo numerosi giovani ma anche diversi deputati del Gruppo Misto sotto il simbolo Free, arrivando fino al 6% nei sondaggi.
Un copione già visto nella storia della destra
È un film già visto e rivisto nella storia della destra italiana, così tradizionale e tradizionalista che l’eterno ritorno dell’uguale di Nietzsche sembra calzarle a pennello.
Era il 2008 quando lo storico leader del centrodestra, Silvio Berlusconi, vinse le elezioni utilizzando in campagna elettorale toni duri nei confronti del suo sfidante Walter Veltroni, allora segretario del Partito Democratico. Tra le principali promesse figuravano l’abolizione dell’ICI, il taglio delle tasse, la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina e altre grandi opere infrastrutturali.
Dopo aver conquistato Palazzo Chigi con il 46,81% dei voti, il Cavaliere cambiò però registro, aprendo un dialogo con il centrosinistra sulle riforme istituzionali. Nel frattempo, la crisi economica esplosa nel 2008 costrinse l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti ad adottare una politica di rigoroso contenimento della spesa pubblica.
Da Berlusconi a Salvini: la ricerca del nuovo interprete del centrodestra
Quel cambio di passo spinse una parte dell’elettorato conservatore a cercare nuovi punti di riferimento. Nel frattempo Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini aveva dato vita, insieme a Forza Italia, al Popolo della Libertà.
Dopo la breve parentesi de La Destra di Francesco Storace, emerse con forza la figura di Matteo Salvini che trasformò la Lega, fino ad allora anima federalista e regionalista del centrodestra, nel principale partito sovranista italiano, portandola al 34% alle elezioni europee del 2019.
L’idillio tra il leader del Carroccio e il suo elettorato iniziò però a incrinarsi con l’esperienza del governo giallo-verde, nato dall’alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle guidata da Giuseppe Conte, e si consolidò con il successivo sostegno al governo Draghi.
Da Meloni a Vannacci: la parabola si ripete?
L’ultimo grande fenomeno elettorale è stato quello di Giorgia Meloni che, nel 2022, ha vinto le elezioni politiche ed è tuttora alla guida di un governo che punta a diventare il più longevo della storia repubblicana, nonostante le contestazioni provenienti sia dalle opposizioni di centrosinistra sia da una parte della destra.
Oggi sulla cresta dell’onda sembra esserci Roberto Vannacci. Eppure la sua luna di miele con una parte dell’elettorato sembra già avviata verso il viale del tramonto.
Dopo il fisiologico “effetto torta”, quella fase iniziale in cui consenso e adesioni tendono a crescere rapidamente, il leader di Futuro Nazionale è chiamato ora a fare i conti con i primi malumori interni e con i primi addii, inevitabili per ogni forza politica che passa dalla fase della protesta a quella dell’organizzazione.
La rivolta in Calabria: centinaia di iscritti lasciano il partito
Le prime crepe all’interno di Futuro Nazionale arrivano dalla Calabria. Come riportato da Il Fatto Quotidiano, la scorsa settimana circa 600 iscritti hanno lasciato il partito dopo la nomina del deputato Domenico Furgiuele a responsabile regionale. Una scelta contestata da una parte della base, che accusa i vertici di aver imposto una candidatura “calata dall’alto”, in aperto contrasto con il principio della meritocrazia più volte rivendicato da Roberto Vannacci. Secondo il quotidiano, il malcontento sarebbe però ancora più esteso: alcune fonti interne parlano di una protesta che potrebbe coinvolgere oltre mille tesserati e che non riguarderebbe soltanto la Calabria, ma potrebbe estendersi anche ad altre regioni come Campania, Puglia, Sicilia e Marche. Dal canto suo, la dirigenza del partito ha ridimensionato la vicenda. Il deputato Rossano Sasso ha smentito l’esistenza di un esodo di massa, ricordando che Futuro Nazionale conta oltre 5mila iscritti nella regione. Resta tuttavia il fatto che quella calabrese rappresenta la prima vera contestazione interna con cui Vannacci è chiamato a confrontarsi dalla nascita del suo movimento politico.
Il comizio di Genova tra tensioni, memoria storica e il nodo delle alleanze
Nei giorni scorsi il generale Vannacci ha tenuto un comizio in una Genova blindata, presidiata da un imponente dispositivo di sicurezza per il timore di contestazioni da parte dei movimenti della sinistra e dell’area antifascista. Gli scontri, alla fine, non ci sono stati, ma il clima di tensione ha inevitabilmente riportato alla memoria alcune delle pagine più controverse della storia politica della città. Il riferimento è ai fatti del 1960, quando il tentativo del Movimento Sociale Italiano di celebrare il proprio congresso nazionale a Genova, città Medaglia d’Oro della Resistenza, provocò una vasta mobilitazione popolare che contribuì alla caduta del governo democristiano guidato da Fernando Tambroni, sostenuto in Parlamento dai voti di missini e monarchici. Dieci anni più tardi, nell’aprile del 1970, sempre a Genova, il sindacalista della CISNAL Ugo Venturini rimase gravemente ferito durante gli scontri scoppiati in occasione di un comizio di Giorgio Almirante per le elezioni regionali.
Dal palco ligure, Vannacci è tornato anche sul futuro di Futuro Nazionale e sul rapporto con il centrodestra. Il generale ha ribadito che il suo movimento intende proporsi come il principale interlocutore dell’alleanza, pur precisando di non aver chiesto né aperture né accordi politici. “Siamo noi ad aver fissato delle linee rosse non negoziabili”, ha affermato, spiegando che eventuali alleanze potranno essere valutate soltanto in vista delle prossime elezioni. Vannacci, come riportato dall’Ansa, ha inoltre smentito di aver escluso un confronto con Matteo Salvini: “Non ho mai detto che non mi siederei a un tavolo con lui. Ho detto che non è Futuro Nazionale a chiedere un’apertura del centrodestra. Anzi, sono gli altri che parlano di incompatibilità e stanno erigendo muri”. Una posizione che, pur rivendicando l’autonomia del nuovo partito, lascia aperta la porta a futuri dialoghi con la coalizione di governo.
Le posizioni di Vannacci: immigrazione, euro e centrodestra
Roberto Vannacci, è considerato dalle sinistre come il pifferaio magico dell’estremismo di destra per via delle sue posizioni radicali sulla comunità LGBTQ+ e sull’immigrazione. Proprio su quest’ultimo tema, strettamente collegato a quello della sicurezza, il segretario di Futuro Nazionale ha puntato gran parte della propria proposta politica sulla remigrazione, ovvero il rimpatrio degli immigrati irregolari e, su base volontaria e dietro compenso economico, anche di quelli regolari attraverso accordi bilaterali con i Paesi d’origine o multilaterali con Stati terzi. Ospite della trasmissione In Onda su La7, come riportato da Adnkronos, Vannacci ha ribadito la necessità di rafforzare i controlli sull’immigrazione, sostenendo che l’attuale legge Bossi-Fini andrebbe modificata per evitare che gli stranieri entrati regolarmente con un contratto di lavoro rimangano in Italia dopo averlo perso.
Nel corso dell’intervista l’eurodeputato ha inoltre precisato che l’uscita dall’euro non rappresenta uno degli obiettivi del partito, pur definendola un’ipotesi teoricamente possibile, ha rilanciato il ritorno delle preferenze nella legge elettorale e si è detto favorevole ad accettare finanziamenti provenienti anche da Stati esteri, compresa la Russia, purché nel pieno rispetto della legge italiana. Vannacci ha poi rivendicato la crescita del suo movimento, sostenendo di non dare peso ai sondaggi e di voler rafforzare Futuro Nazionale prima di affrontare l’eventuale tema delle alleanze con il centrodestra, tornando infine ad attaccare quella che ha definito “l’intolleranza” dei contestatori che, a suo giudizio, tenterebbero di impedirgli di esprimere liberamente le proprie idee.
La politica degli slogan e il rischio del “Gattopardo”
Al di là della tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra, la vecchia dicotomia sulla quale si regge da sempre il confronto politico italiano, oggi sembra evidenziare un appiattimento culturale sempre più preoccupante. Le grandi dottrine politiche che hanno segnato il Novecento e i secoli precedenti sembrano sopravvivere soprattutto nell’interesse di una parte dei giovani che, spesso in modo confuso e talvolta avventato, scelgono appartenenze e identità politiche destinate poi a essere rimesse in discussione.
Fare politica, però, richiede molto più della semplice adesione a uno slogan o a un’etichetta: servono idee, visioni, miti su cui fondare la propria azione e riferimenti culturali massicci, oltre alla capacità di elaborare progetti di lungo periodo. In un’epoca dominata dalla comunicazione immediata, dagli hashtag e dalle formule ad effetto, il rischio è quello di trasformare la politica in una successione di parole d’ordine prive di un reale contenuto, vere e proprie scatole vuote capaci di raccogliere consenso ma difficilmente di costruire un futuro.
È in questo scenario che l’Italia si avvia verso le elezioni politiche del 2027, con un sistema nel quale nuovi movimenti e partiti tradizionali sembrano spesso contendersi lo stesso spazio attraverso linguaggi differenti, ma con strategie comunicative molto simili. Qualunque sarà il risultato delle urne, il timore è che il Paese possa ritrovarsi ancora una volta davanti allo stesso copione descritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Una trasformazione solo apparente, dove cambiano i protagonisti e le parole d’ordine, ma restano immutate le fragilità strutturali della politica italiana.