Backrooms: recensione e spiegazione del film

Di In Cinema
Maggio 31, 2026
Kane Parsons

Kane Parsons debutta alla regia con Backrooms, primo lungometraggio horror, ispirato al fenomeno dei creepypasta su internet. Il regista mette in scena una regia di altissimo livello, e le sequenze con la camera a mano, rendono il tutto più claustrofobico ed inquietante, riportando l’ambientazione ideale per gli amanti di questo genere di racconti che sono diventati dei miti sul web.

Il cast è formato da Chiwetel Ejiofor che interpreta Clark, Renate Reinsve nei panni della psicologa Mary. Inoltre Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell e Avan Jogia. È il secondo film basato su una Creepypasta dopo Slender Man del 2018. Clark è un uomo distrutto dalla rottura con la moglie, un architetto che non si è mai affermato e che dopo diverso tempo fatica a trovare una stabilità sia lavorativa che personale. La rottura con la moglie a causa sai dell’alcool, sia della sua poca voglia di affrontare i problemi quotidiani, lo portano, quindi, a vivere nel suo negozio, nel quale vende mobili.

Ed è qui, durante una delle notti passate insonni, che Clark scopre la porta che conduce alle Backrooms, questo luogo che sembra grande quanto New York e che ha le stesse grandezze interne (almeno inizialmente) del negozio. Mary cercherà di aiutarlo e si troverà anche lei incastrata all’interno di questa Backrooms, che non ci è dato sapere da dove viene e come si è formata.

Kane Parsons, un esordio alla regia di Backrooms di altissimo livello

Uno degli aspetti di Backrooms che più ho apprezzato è stata sicuramente la messa in scena e la regia di Kane Parsons. Il giovane cineasta, oltre ad utilizzare dei campi lunghi per rendere al meglio quegli spazi angusti delle stanze e spogli, che sono la parte più inquietante del film, ha anche girato delle scene con la camera a mano, che ci hanno fatto entrare nel vivo dell’azione, rendendo il tutto sempre più claustrofobico.

Grazie a questa scelta registica, gli spazi stretti nei quali si trovano i protagonisti, diventano i nostri, facendoci mancare quasi l’aria, e vivendo l’azione in prima persona. Oltre a questo, anche il non mostrare la vera minaccia fino alla fine di Backrooms, e quali creature potrebbero essere pericolose per i protagonisti, è stata la scelta ideale per tenere il mistero fino alla fine della pellicola.

Backrooms: Uno specchio della nostra vita e dei nostri ricordi

La domanda principale, però rimane sempre la stessa. In Backrooms, Clark si domanda, come noi d’altronde: come sia possibile che esista un posto del genere e quale sia il funzionamento? Le realtà, però, non la riesce a capire neanche il protagonista, arrivando a quella che potrebbe essere la miglior soluzione possibile, ovvero che quel luogo, spoglio, inospitale come un labirinto, sia un momento del tempo che si è fermato, come registrato “male” in quella dimensione.

Le stanze, gli oggetti, le persone e le dimensioni di quell’area sono quasi identiche a quelle della realtà, ma anche deformate. Il miglior esempio, per far capire questo concetto, è paragonarlo al SottoSopra di Stranger Things. Una dimensione parallela, ferma in un determinato periodo del tempo, che somiglia ai luoghi reali, ma che ne differisce per diversi aspetti.

In Backrooms, però, questa “backdoor” su un’altra dimensione, un luogo alternativo, è come una spugna che assorbe tutto quello che vi è parallelo e lo riproduce, distorcendolo. Persone, oggetti, animali, tutto. Qualsiasi cosa che viene riprodotto, è distorto. In più, possiamo considerare il luogo di Backrooms, come una porta nella coscienza di ognuno di noi, ma soprattutto per chi vi entra in contatto diventa pericolosa, risultando quasi fatale, come un labirinto di stanze che nascondono dei segreti.

Spiegazione (con spoiler) del finale

Sicuramente non è un argomento innovativo, e potremmo paragonarlo anche a The Cube, sia per impostazione che per messa in scena. Backrooms, però, ha una messa in scena superiore, che non ha bisogno di trappole letale e spettacolari per tenerti incollato allo schermo.

Il finale di Backrooms ti lascia interdetto a fissare lo schermo, cercando di capire cosa hai appena visto. Un film inquietante, forse anche introspettivo, ma che ha diverse letture che possono variare da spettatore a spettatore. Infatti, dal momento in cui Clark scopre il luogo nello scantinato del negozio, non riesce a fare a meno di tentare di esplorarlo tutto, per carpirne i segreti ed i significati.

Mary, dopo diverso tempo, cerca di capire che fine abbia fatto il suo paziente, e lo va a cercare al negozio, trovando il passaggio che conduce alle Backrooms. Dopo aver girato all’interno delle asettiche stanze gialle, incontra Clark, il quale sembra aver avuto un illuminazione sul luogo in cui si trova e sul perché ci siano delle cose molto simili alla loro dimensione. Dopo aver stordito la donna, i due hanno finalmente un confronto, che anche il pubblico attendeva per capir qualcosa di più.

Clark spiega che le Backrooms, sono si lo specchio della realtà ma sbiadito e ricordato male. Questo posto assorbe come una spugna le cose e le distorce, creando veri e propri mostri. A questo punto i due vengono raggiunti da una delle creature del film, un “Clark gigante”, grottesco, con una faccia deformata che prende il Clark originale. L’uomo parla alla creatura, e tenta di spiegarle che la donna li ha capiti e che possono tornare a stare tranquilli. Di contro, la creatura lo morde uccidendolo.

Ecco, quella creatura è la negazione di Clark verso ciò che odia più di ogni altra cosa, ovvero se stesso. Il se stesso che non è riuscito a realizzarsi. Infatti, vediamo che la creature è vestita come lui, quando ha il costume da pirata e fa la pubblicità per il suo negozio. Quello è tutto ciò che odia, la sua parte oscura. Possiamo inquadrare questo “luogo”, come quello in cui la parte oscura di ognuno di noi prende vita.