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Sudan, la guerra invisibile: l’allarme ONU sul genocidio e la catastrofe umanitaria

Di In Politica
Giugno 21, 2026
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La guerra globale, protagonista dell’attuale contesto storico, prosegue tra combattimenti e diplomazia nel tentativo di spegnere i numerosi focolai presenti nelle varie aree del pianeta.

Mentre le attenzioni del mondo sono rivolte a Ginevra, dove oggi si tengono i negoziati tra le delegazioni di Stati Uniti e Iran finalizzati a limitare il programma nucleare di Teheran e a consolidare il fragile accordo siglato nei giorni scorsi per porre fine al conflitto riacutizzatosi in seguito al raid israeliano in Libano, e mentre Ucraina e Medio Oriente continuano da anni a occupare le prime pagine dei giornali, un’altra guerra si combatte quasi nel silenzio dei grandi media. Un silenzio che, paradossalmente, risulta più assordante delle bombe e delle sofferenze della popolazione coinvolta. Si parla infatti del Sudan, dove dal 15 aprile 2023 si contrappongono le Forze armate sudanesi (SAF) e i paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF).

Le accuse di genocidio e la crisi umanitaria in Sudan

Se i numeri della guerra restituiscono la dimensione della tragedia umanitaria in corso, le conclusioni delle Nazioni Unite aggiungono un elemento ancora più inquietante al conflitto sudanese. Nel febbraio 2026, la Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti dell’ONU ha dichiarato di aver raccolto prove sufficienti per sostenere che in Sudan siano stati commessi almeno tre atti riconducibili al genocidio. Secondo gli esperti, sarebbero stati documentati l’uccisione di membri di gruppi etnici protetti, il grave danno fisico e psicologico inflitto alle vittime e l’imposizione deliberata di condizioni di vita tali da provocare la distruzione fisica, totale o parziale, delle comunità colpite.

Al centro dell’indagine vi sono gli eventi di El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, conquistato dalle RSF nell’ottobre 2025 dopo un assedio durato circa diciotto mesi. Secondo il rapporto, la città sarebbe stata progressivamente isolata dal resto del Paese, con il sistematico blocco di cibo, acqua, medicinali e aiuti umanitari, trasformando l’assedio in uno strumento di logoramento contro la popolazione civile.

“La portata, il coordinamento e l’approvazione pubblica dell’operazione da parte dell’alta leadership delle RSF dimostrano che i crimini commessi a El Fasher e nelle aree circostanti non sono stati eccessi casuali della guerra”, ha dichiarato Mohamed Chande Othman, presidente della missione ONU. Secondo gli investigatori, non si tratterebbe dunque di episodi isolati, ma di un’operazione pianificata con caratteristiche compatibili con il genocidio.

Dietro questo quadro si inserisce una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Il conflitto tra l’esercito regolare e le RSF ha provocato, secondo stime internazionali, circa 400 mila vittime e ha gettato milioni di persone nella precarietà più assoluta. Oltre 21 milioni di persone si trovano oggi in condizioni di insicurezza alimentare, mentre circa 14 milioni sono state costrette a fuggire dalle proprie case. Numeri che fanno del Sudan uno dei principali epicentri della crisi umanitaria globale e una delle tragedie più gravi e meno raccontate del nostro tempo.

Il Darfur e la persecuzione delle comunità non arabe

La Missione ONU evidenzia come quanto avvenuto a El Fasher si inserisca in un modello già osservato in altre aree del Sudan.

Secondo il rapporto, si tratterebbe di una campagna sistematica contro comunità non arabe del Darfur, condotta con modalità sempre più violente e letali.

L’intento genocidario sarebbe, secondo la Missione, “l’unica inferenza ragionevole” alla luce di uccisioni mirate su base etnica, violenze sessuali, distruzioni e dichiarazioni pubbliche attribuite ai combattenti delle RSF.

Le testimonianze raccolte riportano frasi agghiaccianti: alcuni sopravvissuti raccontano di miliziani alla ricerca di appartenenti all’etnia Zaghawa con l’intento dichiarato di eliminarli, mentre altri riferiscono inviti a “cancellare la presenza delle comunità nere dal Darfur”.

Elementi che, secondo l’ONU, rafforzano l’ipotesi di un disegno persecutorio su base etnica.

Detenzioni arbitrarie e sparizioni forzate

Le preoccupazioni della comunità internazionale non si fermano al Darfur.

Nel corso dell’aggiornamento presentato a Ginevra al Consiglio per i Diritti Umani, la Missione ONU ha denunciato un crescente utilizzo di detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni forzate da entrambe le parti in conflitto.

Queste pratiche vengono sempre più utilizzate come strumenti di controllo della popolazione civile nei territori contesi.

Tra i casi più recenti figura l’arresto di almeno settanta persone a El Geneina nel maggio scorso, tra cui operatori umanitari impegnati nell’assistenza alla popolazione.

Dal genocidio alle conseguenze sul territorio

Un quadro che conferma come il conflitto sudanese non sia soltanto una guerra per il controllo politico e militare del Paese, ma una crisi che continua a produrre gravissime violazioni dei diritti umani in un contesto di sostanziale impunità.

Mentre il mondo guarda a Kiev, Gaza e ai negoziati sul nucleare iraniano, il Sudan continua così a sprofondare in una tragedia che, secondo numerosi osservatori internazionali, rischia di rappresentare una delle pagine più drammatiche del XXI secolo.

Se il rapporto delle Nazioni Unite fotografa le responsabilità e le atrocità del conflitto, sul terreno la guerra continua a produrre conseguenze concrete sulla vita quotidiana della popolazione civile. È in questo contesto che si inserisce la decisione delle autorità sudanesi di avviare una vasta operazione di controllo della presenza straniera nella capitale riconquistata.

Khartoum riconquistata dall’esercito

Nelle scorse ore le autorità sudanesi hanno annunciato l’espulsione di circa 12 mila cittadini stranieri considerati irregolari. Il provvedimento arriva dopo la riconquista di Khartoum da parte dell’esercito regolare, che nel maggio scorso ha sottratto la capitale alle RSF.

A fornire i dettagli è stato il portavoce della polizia sudanese, il colonnello Fath al-Rahman, secondo cui le forze di sicurezza hanno condotto oltre 450 operazioni di controllo nella capitale e nelle aree limitrofe.

Le verifiche hanno portato all’arresto di oltre 16 mila cittadini stranieri accusati di aver violato le norme sulla permanenza nel Paese.

Secondo le autorità, circa 12 mila persone sono già state rimpatriate nei Paesi d’origine, mentre altre sono ancora in attesa di procedura.

Rifugiati trasferiti fuori dalla capitale

Parallelamente alle espulsioni, il governo ha disposto il trasferimento di circa 7 mila rifugiati in campi fuori da Khartoum.

La misura si inserisce nel nuovo assetto seguito alla riconquista della capitale. Nei mesi precedenti, infatti, l’esercito aveva accusato gruppi di rifugiati, soprattutto provenienti dal Sud Sudan, di aver combattuto come mercenari a fianco delle RSF.

Accuse che hanno alimentato un clima di forte sospetto verso le comunità straniere presenti nel Paese.

Il Sudan crocevia delle migrazioni africane

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), il Sudan ospita oltre un milione di rifugiati, provenienti in larga parte dal Sud Sudan e dal Corno d’Africa, in fuga da guerre, instabilità politica e crisi climatiche. Il Paese rappresenta inoltre uno dei principali snodi delle rotte migratorie verso l’Europa, con transiti che attraversano il territorio sudanese per poi proseguire verso Libia ed Egitto, lungo uno dei corridoi più instabili e pericolosi del continente africano.

In questo tragico contesto, il Sudan si conferma non solo teatro di guerra, ma anche crocevia di flussi migratori regionali e internazionali, dove crisi umanitaria e dinamiche geopolitiche si intersecano in modo sempre più profondo, trasformando lo Stato nordafricano in un punto nevralgico degli equilibri continentali e mediterranei, nel silenzio (quasi) generale.