Pat la ragazza del baseball, l’eroina di uno sport al maschile

Di In Anime e Fumetti
Gennaio 26, 2026
Pat la ragazza del baseball

Continuiamo a parlare di sport e anche in questo caso di un’atleta donna: Pat la ragazza del baseball.

Come per Jenny la tennista, anche in questo caso ci troviamo davanti alla rappresentazione di una ragazza con delle doti atletiche che per portare avanti il suo sogno dovrà affrontare diversi ostacoli.

L’animazione giapponese ci ha abituati a storie che non sono mai semplici, lo abbiamo letto nei recenti tre articoli dedicati a Rocky Joe, Forza Sugar e Jenny la tennista, ma è un “format” molto comune quello di rendere la vista dei protagonisti di anime e manga sempre molto difficile e piena di ostacoli, prima di riuscire ad emergere e affermarsi coronando quel desiderio inseguito da sempre (che negli spokon è l’affermazione sportiva). Forse questo iter sempre tortuoso è da ricercare nella storia giapponese che ha visto il popolo nipponico lottare attraverso le difficoltà del post guerra per arrivare ad alzare la testa piano piano e diventare finalmente libero da quelle difficoltà in cui cadde il paese dopo il secondo conflitto mondiale.

In questo caso però la storia è meno “dura” delle altre perché la difficoltà di Pat è legata ad un regolamento che non ammette donne in squadra.

Ma prima di parlare della storia di Pat, dobbiamo fare una premessa relativa al baseball in Giappone. Introdotto alla fine del XIX secolo, il baseball è seguito con passione a livello professionistico, scolastico e universitario rendendolo lo sport nazionale giapponese. Ad esempio, il torneo liceale estivo di Kōshien nei pressi di Osaka, è un evento mediatico di enorme rilevanza, capace di fermare il Paese. E’ più di un torneo, è un appuntamento imperdibile, una sorta di tradizione e orgoglio comunitario che unisce giocatori e spettatori in un momento pieno di emozione, tensione e ovviamente aggregazione. Questo evento è seguito da milioni di tifosi e ha contribuito a costruire un immaginario sportivo fatto di sacrificio, disciplina e spirito di squadra. In questo contesto, raccontare una storia di baseball non significa solo parlare di sport, ma esplorare valori profondamente radicati nella cultura giapponese. Pat la ragazza del baseball è un esempio di prodotto di intrattenimento legato a questo sport ma non è il solo e tra i più famosi c’è sicuramente Touch di Mitsuru Adachi che in Italia è stato trasmesso su Italia 1 nel 1988 con il nome Prendi il mondo e vai, senza dimenticare però anche Tommy la stella dei Giants di Ikki Kajiwara e Noboru Kawasaki.

Pat la ragazza del baseball: la storia

Ma torniamo alla protagonista di questo articolo.
Pat la ragazza del baseball (in originale Yūki Mizuhara) è un manga scritto da Shinji Mizushima nel 1972 ma ha avuto più opere, tutte inedite in Italia ad eccezione dell’anime del 1977:

  • 1972 – Manga
  • 1977 – Film con attori reali
  • 1977 – Anime
  • 1979 – Film Anime
  • 1997 – Manga, primo sequel
  • 2000 – Manga, secondo sequel
  • 2005 – Manga, terzo sequel
  • 2015 – Manga conclusivo

Nonostante Shinj Mizushima sia famosissimo in Giappone per un altro manga dal titolo Dokaben, noto in Italia come Mr. Baseball, da noi ha avuto molto più successo il suo lavoro su Pat, una ragazza che ha come sogno quello di fare la veterinaria e nello specifico in Africa. Ma questo sogno si divide con l’hobby del baseball, sport a cui la ragazza si dedica non tanto con obbiettivi agonistici ma più per un desiderio di mantenere una forma fisica. E già questo pone la ragazza in una posizione diversa dagli altri protagonisti degli spokon. Pat non insegue risultati da campionessa così come non si sottopone ad allenamenti estenuanti per portare il suo fisico alla meta. O almeno non come gli altri “eroi” dell’animazione o comunque non da subito. Il suo allenamento è fine a se stesso, è personale, è divertente. Del resto è un Hobby.
Ma sulla strada che unisce Pat con la sua passione per il Baseball si inserisce un vecchio giocatore, un campione ormai a fine percorso che (come per Rocky Joe) intravede in lei qualcosa di magico. Una giocatrice dotata di un talento mai visto e che potrebbe finalmente prendere il suo posto se non fosse che c’è il problema del sesso. Il vecchio Tetsugoro Iwata è un uomo e come tale gioca con gli uomini, Pat è una donna e quindi c’è un intoppo chiamato regolamento.
Ma come dice la canzone italiana interpretata dalle Mele Verdi “Il vecchio Iwata vuole te che sei un portento, solo così la squadra forte tornerà”
Ma non solo. La stessa Pat non sembra essere interessata a giocare a livello professionistico dato che più volte parla del baseball come un hobby dato che è il suo lavoro da veterinaria l’obbiettivo di vita. Ma alla fine si fa convincere e grazie alle insistenze di Iwata il regolamento viene modificato e Pat entra nella squadra maschile di baseball: i Mets.

La serie poi di muove attraverso le tipiche dinamiche degli anime sportivi: partite, vittorie, sconfitte, allenamenti, momenti di gioia e momenti difficili. Nulla di nuovo a conti fatti.
Eppure questo anime ha il suo fascino. Sarà perché nel corso della serie vediamo Pat crescere atleticamente al punto da specializzarsi in un “tiro magico” chiamato Il lancio del sogno, o sarà perché lo spirito di squadra viene ben raccontato puntata dopo puntata fino a scoprire che quella fiducia dei compagni verso Pat è stata tradita da un segreto (a fin di bene) relativo all’esistenza del colpo magico di cui viene negata l’esistenza a tutti fino al suo perfezionamento e che porterà alla follia uno dei compagni di squadra, Heikichi Muto, che ironia della sorte, era uno dei primi ad aver insegnato alla ragazza i trucchi del mestiere e che è l’inventore di quel tiro dato che lo aveva sognato e che, in quanto creatore di quel colpo, ne diventa ossessionato dato che vuole riuscire a batterlo.

Pat la ragazza del baseball: la sigla

Sicuramente Pat la ragazza del baseball non è tra i titoli “caldi” dell’animazione giapponese che hanno lasciato il segno nel pubblico italiano. Questo non perché non fosse un buon prodotto, anzi. Ma sicuramente il passaggio televisivo e la concorrenza con altri titoli non hanno aiutato questo prodotto a diventare iconico se non per la sua sigla che, però, ha una storia triste.

Le mele verdi erano un coro di bambine creato da Mitzy Amoroso e Corrado Castellari che negli anni del boom delle sigle, interpretarono diverse sigle tra cui Ippotommaso, Gli gnomi delle montagne, La banda dei ranocchi, Belfy e Lillibit, Hello Sandybell, Mademoiselle Anne, Lo scoiattolo Banner ma sicuramente tra le più famose ci sono Woobinda insieme a Riccardo Zara, leader dei Cavalieri del Re, e Barbapapà con Roberto Vecchioni. Insomma, sigle famose ne hanno fatte ma, una tragedia, colpisce il gruppo di bambine e la sigla Pat la ragazza del baseball assume un’importanza diversa.
Il coro delle Mele Verdi alternava le voci delle piccole interpreti soliste in base alla canzone mentre tutte le altre facevano i cori. In questo caso, la voce solista scelta fu quella di Alessandra Maldifassi che, purtroppo, morì molto giovane a causa di una leucemia. Una canzone che di fatto diventa il testamento di Stefania e che i fan delle sigle ricordano con affetto trasferendo quell’affetto sull’anime che, come scritto, di fatto non rientra tra quelli più ricordati ma gode del ricordo riflesso della sigla italiana.