Prima o poi succede a tutti. Apriamo un libro di scacchi, magari convinti di trovare ilracconto di una bella partita, e ci imbattiamo in qualcosa del genere:1. e4 e5 2. Cf3 Cc6 3. Ab5 a6Per qualche istante viene spontaneo domandarsi se abbiamo aperto il libro giusto.Ci sono lettere, numeri, crocette, zeri e, qua e là, qualche «+» o perfino un «#». Nontroviamo verbi, soggetti o frasi nel senso abituale del termine. Eppure uno scacchistaguarda quella fila di simboli e vede immediatamente qualcosa che si muove: unPedone avanza, il Cavallo esce, l’Alfiere prende posizione.È la notazione scacchistica, il sistema con il quale scriviamo le mosse di una partitae possiamo rileggerle anche molti anni dopo.Gli scacchi hanno inventato una lingua nella quale si può raccontare unabattaglia senza scrivere quasi una parola.
Ogni casa possiede un indirizzoPer cominciare dobbiamo tornare alla geografia della nostra scacchiera. Le ottocolonne sono indicate dalle lettere a, b, c, d, e, f, g, h, mentre le otto traverse sononumerate da 1 a 8. Dall’incrocio fra una lettera e un numero nasce così l’indirizzo diciascuna delle sessantaquattro case: a1, c5, e4, h8.È una città singolarmente ordinata, nella quale nessuno ha sentito il bisogno di dareun nome alle strade. Una lettera e un numero sono sufficienti per sapere esattamentedove ci troviamo.Perciò, quando leggiamo e4, non siamo davanti a una formula misteriosa. Se comparecome prima mossa, 1. e4, significa semplicemente che il Bianco ha portato un Pedonesulla casa e4.A questo punto qualcuno potrebbe chiedersi perché non scriviamo anche la letteradel Pedone. La risposta è semplice: nella notazione algebrica il Pedone non vieneindicato con un’iniziale. Per lui basta scrivere la casa di arrivo.In fondo è abbastanza coerente con il personaggio che abbiamo già conosciuto: ilpezzo più umile della scacchiera è anche l’unico che può permettersi di viaggiare in incognito.
Quando le lettere diventano pezzi
Con gli altri pezzi dobbiamo essere un po’ più espliciti. Nella notazione italiana il Re èindicato con R, la Donna con D, la Torre con T, l’Alfiere con A e il Cavallo con C.E così Cf3 ci racconta che un Cavallo è arrivato sulla casa f3; Ab5 che un Alfiere si èportato in b5; Te1 che una Torre ha raggiunto e1; Dh5 che la Donna è arrivata in h5. 2Non occorre molto altro. Dopo qualche partita cominciamo a leggere quelle siglesenza tradurle mentalmente e, quasi senza rendercene conto, dietro una lettera e unnumero compare un pezzo che si muove.
Imparare la notazione non significa memorizzare dei simboli. Significacominciare a vedere una scacchiera dietro le lettere.Una piccola x e un pezzo scompare
Naturalmente una partita non è fatta soltanto di pacifici spostamenti. Prima o poiarriviamo su una casa già occupata dall’avversario e qualcuno deve lasciare lascacchiera.A raccontarcelo basta una piccola x.Se troviamo scritto Axc6, sappiamo che un Alfiere ha catturato un pezzo sulla casac6. Quando a catturare è un Pedone, invece, indichiamo anche la colonna dalla qualeproviene: exd5, per esempio, significa che il Pedone della colonna e ha catturatoqualcosa in d5.È tutto.Prima della «x» un pezzo era ancora in partita; dopo, non c’è più.
La notazione scacchistica possiede una certa freddezza: per raccontare unacattura le basta una croce.Quando il Re comincia a preoccuparsi.
Ci sono poi mosse che non si limitano a spostare o catturare un pezzo, perchéfiniscono per minacciare direttamente il Re. In quel caso compare il segno +.Scrivere Dh5+, per esempio, significa che la Donna si porta in h5 e, nello stessomomento, dà scacco. Se invece quella mossa chiude definitivamente la partita con uno scacco matto,possiamo incontrare il simbolo #. In alcune convenzioni o pubblicazioni possiamotrovare anche altre indicazioni, ma il cancelletto è oggi uno dei segni piùimmediatamente riconoscibili per il matto.Una partita può essere durata cinque ore, aver attraversato aperture studiate peranni, sacrifici, errori e finali complicatissimi. Poi arriva un piccolo segno sulla cartae tutto è finito.
Nella vita le conclusioni richiedono spesso molte spiegazioni. Negli scacchi puòbastare un #.E quegli strani 0-0?
Fra tutti i simboli ce n’è uno che, la prima volta, può lasciare particolarmenteperplessi:0-0 Non è il risultato di una partita di calcio particolarmente noiosa. È semplicementel’arrocco corto, che abbiamo già incontrato parlando delle nostre tre piccole follieperfettamente legali.Quando invece il Re arrocca sul lato di Donna, quindi effettua l’arrocco lungo,scriviamo:0-0-0
3C’è qualcosa di curioso in questa convenzione. L’arrocco è l’unica mossa nella qualespostiamo contemporaneamente due pezzi, eppure è proprio quella nella quale nonsentiamo il bisogno di nominare né il Re né la Torre. Li facciamo traslocare insieme e lasciamo che siano tre piccoli segni a raccontaretutto.
Il giorno in cui il Pedone conquista una lettera
Anche la promozione deve naturalmente essere registrata.Se un Pedone raggiunge e8 e viene promosso a Donna, possiamo trovare scritto e8=D.Se, invece, la posizione ci suggerisce una sottopromozione a Cavallo, leggeremo e8=C.Il meccanismo è semplice, ma nasconde una piccola ironia. Il Pedone attraversa quasitutta la partita senza possedere un’iniziale nella notazione e proprio quandoraggiunge l’ultima traversa e smette di essere Pedone conquista finalmente unalettera.
Per alcuni pezzi il nome è un diritto di nascita. Il Pedone deve attraversare tuttala scacchiera per meritarselo. Quando una lettera non basta.
Qualche volta, però, anche questo linguaggio così economico è costretto adaggiungere una precisazione.Immaginiamo che due nostre Torri possano entrambe raggiungere la stessa casa. Scrivere semplicemente Td1 non ci permetterebbe di capire quale delle due si siamossa. In questi casi aggiungiamo alla notazione l’informazione necessaria adistinguerle, indicando la colonna o, quando occorre, la traversa di partenza.Non scriviamo tutto ciò che sappiamo della posizione; scriviamo soltanto ciò cheserve per eliminare l’ambiguità.
L’eleganza di un linguaggio comincia quando riesce a essere preciso senzadiventare loquace.Quando le mosse sopravvivono a chi le ha giocate
Fin qui potremmo pensare che la notazione sia soltanto un sistema comodo perprendere appunti. Sarebbe però riduttivo, perché la sua parte più affascinantecomincia proprio quando una partita è finita da molto tempo.Immaginiamo di trovare la trascrizione di una partita giocata cento anni fa. Il tavolo sul quale fu disputata non esiste più, la sala potrebbe essere stata demolita e idue giocatori sono scomparsi da decenni. Di quel pomeriggio potrebbe non essererimasto quasi nulla. Ma sono rimaste le mosse.
Prendiamo una scacchiera e disponiamo i pezzi. Leggiamo e4 e facciamo avanzare il Pedone. Arriva e5 e il Nero risponde. Poi Cf3, e il Cavallo lascia la propria casa. A quel punto succede qualcosa di singolare. Non stiamo più leggendo lettere enumeri: stiamo ricostruendo una partita che non esiste più.Possiamo fermarla, tornare indietro, cercare il momento nel quale qualcosa ècambiato e domandarci che cosa sarebbe accaduto se uno dei due avesse sceltoun’altra mossa. La notazione diventa così una piccola macchina del tempo, molto rudimentale e proprio per questo meravigliosa: non ha bisogno di riportarci nelpassato, perché le basta riportare il passato sulla nostra scacchiera. Paul Morphy può sacrificare ancora la Donna a Parigi; Capablanca può semplificareun finale, Tal può lanciare uno dei suoi attacchi e Fischer può tornare a sedersidavanti a Spassky. Non perché il tempo si sia fermato, ma perché qualcuno, mentretutto accadeva, ebbe la pazienza di scrivere le mosse.
Gli uomini passano, le partite finiscono e i pezzi tornano nella scatola. Lanotazione ha l’indiscrezione di ricordare tutto.E così, quando torniamo alla sequenza dalla quale eravamo partiti —1. e4 e5 2. Cf3 Cc6 3. Ab5 a6— non vediamo più una lingua misteriosa. Vediamo un Pedone bianco arrivare in e4,quello nero rispondergli in e5, un Cavallo uscire in f3, l’altro svilupparsi in c6, l’Alfiereraggiungere b5 e infine il Pedone nero avanzare in a6.Le lettere sono rimaste esattamente le stesse.Siamo cambiati noi. La scacchiera parlava già. Dovevamo soltanto imparare a leggerla.
Alla prossima (ci leggiamo venerdì, anno del Signore 2026, decimo mese, sedicesimogiorno).